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Una volta mi sono cimentata in uno sproloquio con basi scientifiche e altezze umanistiche.
La mia matematica for dummies parlava di circonferenze, parabole ed ellissi. Parlava di vite disegnate, esperienze risultanti da calcoli e relativi errori che, per un’inesperta in materia come me, producevano distorsioni del tutto inaspettate ma tranquillamente prevedibili da una persona cresciuta a pane e matematica. Io, invece, cresciuta a pane e metafore, non ho fatto altro che ingrassare, digievolvendomi da cerchio a ellissi.
Facciamo finta, per un attimo, che la realtà sia una sequenza ordinata di circonferenze equivalenti ed equidistanti tra loro. Facciamo finta che siano distribuite sul piano e, per occuparlo interamente, si posizionino in file e colonne. Facciamo finta che la realtà sia una groviera, una groviera venuta veramente bene.
Man mano che ingrassavo, occupavo nei mondi degli altri cerchi della mia fila spazi che non mi appartenevano, e contemporaneamente mi allontanavo irrimediabilmente da quelli della colonna.
Dopo aver infranto le regole matematiche e aver pagato diventando un’ellissi, era inevitabile infrangere quelle della prossemica: un’ellissi è più larga e più bassa di un cerchio e non lo dico io eh, ché io sono inaffidabile, lo dice la geometria.
Ho mangiato la distanza pubblica, poi quella sociale, poi quella personale e, ingorda come sono, ho sbranato quella intima, ingoiando l’ultimo boccone con voracità. A volte mi è andato di traverso, e nell’agitarmi per evitare di soffocare, mi sono irrimediabilmente intersecata con alcuni cerchi e parallelamente ne ho spinti via degli altri, con una forza così intensa da deformarli – trasformando le loro dolci curve in spigoli e vertici appuntiti che, a loro volta, hanno fatto del male ad altre circonferenze.
L’intersezione ha prodotto un sistema, che non ha sistemato proprio niente. Non sono tornata ad essere un bel cerchio. L’interazione ha irrigidito le mie curve e i miei muscoli. Mi ha fatto palpitare e pulsare come una cassa che risponde ai bassi.
E queste continue scosse hanno plasmato e modellato le mie fibre, mutando continuamente la mia forma: sono stata una spirale con al centro un buco nero, sono stata un trapezio sospeso nel vuoto, sono stata una cometa incandescente e poi sono esplosa in tanti piccoli pezzettini. Mi sono distribuita negli spazi vuoti che c’erano tra le altre forme ancora troppo rotondeggianti per essere perfette, e lì – tra gli spazi vuoti che mai nessuno considera – ho trovato un altro pezzettino. Piccolo, frastagliato e irregolare come me.
Ancora caldo per l’esplosione.
L’ho preso per mano, ché lì in quegli spazi vuoti tira un sacco di vento e quel pezzetto così fragile rischiava di essere spazzato via, lontano da me.
L’ho stretta forte, la mano.
A volte avevo i crampi e allentavo un po’ la presa. Ma mai troppo, ché quel pezzettino non era ancora abbastanza forte per reggersi da solo.
Abbiamo viaggiato tanto, mano per la mano, tra gli spazi vuoti che mai nessuno considera. E piano piano, senza accorgercene, ci siamo ricomposti l’uno sull’altra.
Dove da un lato c’era una voragine, dall’altro uno spuntone era pronto per riempirla.
Per ogni avvallamento un monticello.
Per ogni spazio concavo uno convesso.
Un giorno ho mollato la presa, ho rischiato… e neanche un uragano avrebbe potuto far volare via la roccia che avevo accanto: eravamo incastrati e legati da una forza magnetica. O forse elettricità statica, dato che ogni tanto si percepivano scintille?
Magari entrambe, anche se non so se fisicamente sia possibile.
Il sistema è scomparso e si è ridotto ad un’equazione che so leggere, perché sono così nerd che nonostante non abbia un diploma di liceo classico, conosco l’alfabeto greco.
(∂ + m) ψ = 0
Delta più emme per psi uguale 0.
Lo so che non dovrei ridurre tutto a “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”, però non ho gli strumenti necessari per far di meglio.
“Senza la base scordatevi le altezze”.
L’ho letto in giro.
Ed è la verità. Ve lo diciamo io e il mio pezzettino, da un’altezza che farebbe venire le vertigini anche a un astronauta.

Pixelultima modifica: 2020-05-09T21:41:56+02:00da dem0neyes
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